Poco eseguiti, quindi destinati all’oblio ?

 

Succede in musica, come in tutte le umane vicende, che il trascorrere del tempo porti all’oblio più totale il ricordo della vita e delle opere di grandi compositori che al loro tempo pur godettero di una vasta fama incidendo anche profondamente nella evoluzione della storia della musica. Numerosi sono i casi di questo tipo.

Ecco quindi affermarsi una interpretazione del termine “famoso” associata al termine “grande”, in quanto il primo riesce molto spesso a determinare la misura del secondo solo per la copiosa quantità di esecuzioni di alcune opere che si possono oggi ascoltare in diretta in concerto o registrate. Ma non sempre è così.

Facciamo un esempio: chi non ha mai ascoltato “Le Quattro Stagioni” di A. Vivaldi? Credo ormai nessuno, nemmeno i poco amanti della musica classica. Quindi ecco scattare la facile equazione: Vivaldi è un compositore “famoso” e quindi “grande”. Si, ma oggi!

Nessuno sospetta che dopo la sua morte, avvenuta nel 1741, venne rapidamente dimenticato e le sue partiture, oltre a non essere più eseguite, si dispersero nelle biblioteche o nei fondi di palazzi e curie di mezza Europa, finché un tal Francesco Malipiero, dopo dopo due secoli e durante gli anni bui a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, non ritrovò fortunosamente a Torino buona parte dei manoscritti e delle edizioni a stampa delle opere di Vivaldi che pote studiare e ristampare in forma moderna riportando alla sua giusta dimensione la sua reale  “grandezza”. E che Vivaldi fosse “grande” oggi nessuno lo metterebbe più in dubbio, ma dalla metà del Settecento a quella del Novecento non fu proprio così…

 

E che dire della gigantesca produzione musicale del grande J.S. Bach che oggi possiamo ascoltare solo perché un giovanissimo e precoce musicista di nome Felix Mendelssohn la trasse dal più totale oblio in cui versava da quasi un secolo dalla sua morte? E che dire di quel gigante del Seicento che fu Claudio Monteverdi, colui che “inventò” l’opera lirica, del quale possiamo, sempre grazie agli studi di F. Malipiero, ascoltare le sue innovazioni armoniche che tanto scandalo causarono tra i critici musicali dell’epoca?

 

Possiamo, allora, fidarci della semplice equazione che dice: se un compositore oggi non è famoso, significa che non è stato “grande”? Probabilmente è più esatto dire che non è famoso in quanto la sua musica non é ora abbastanza divulgata con appositi concerti che possono risultare di poca attrattiva e scarsa audience.

 

Nel presentare il nostro repertorio, fatto di opere tutte di autori poco eseguiti e quindi poco “famosi”, offriamo al pubblico l’occasione di ascoltare le opere di alcuni “grandi” del passato come Andrea e Giovanni Gabrieli, fondatori della Scuola Veneziana, che dalla metà del Cinquecento costituì il punto di riferimento obbligato per la formazione dei musicisti di tutta Europa; tra questi Hans Leo Hassler, maestro di Heinrich Schütz, iniziatore della grande tradizione musicale tedesca. Come poi non citare William Byrd, inglese dell’età elisabettiana che, pur soffrendo per le lotte religiose che dividevano il suo paese dopo lo scisma della chiesa anglicana, lui cattolico, riuscì ad imporsi alla corte dei Tudor come il maggior compositore dell’epoca e iniziatore di una scuola che avrebbe sfornato numerosi musicisti di grande talento. E per finire, chi può considerare ‘minore’ quel Francesco Durante, napoletano e contemporaneo di Vivaldi, sotto il cui insegnamento presso il Reale Conservatorio di Sant’Onofrio si formò la generazione d’oro del melodramma napoletano, con compositori della statura di Paisiello, Pergolesi, Jommelli, Piccinni e Traetta?

 

I brani di questi compositori costituiscono certamente una parte importante ma poco conosciuta delle origini della storia musicale, nostra ed europea, che non possiamo né dobbiamo dimenticare.

 

                                                                                                                                                         cura di  Corrado Fioretti