Il Requiem

 

“Ho scritto il mio Requiem senza motivo, per il piacere di farlo, se così posso dire, per le esequie di un parrocchiano qualunque. Lo si é criticato perché non esprime il terrore della morte e qualcuno lo ha definito una ‘berceuse’ funebre. Eppure è così che sento la morte: una liberazione, una aspirazione alla felicità dell’aldilà e non un doloroso trapasso”.

 

Bastano queste parole dell’autore per definire la sua opera anche se il desiderio di comporre un requiem era probabilmente suggerito dal ricordo della madre da poco defunta.

La composizione, costruita in vari tempi e modifiche tra il 1888 e il 1892, venne eseguita per la prima volta nella chiesa della Madeleine a Parigi nel 1893 sotto la sua direzione, e trent’anni dopo accompagnò le sue solenni esequie, quando già era entrata nei programmi delle sale da concerto.  Fauré, autore di musica raffinata e ispirato dalle nuove tendenza dell’ Impressionismo musicale, affronta il tema della morte in tono pacato, con pudore, come testimoniano le sue parole sopra citate, cimentandosi in un genere, il Requiem, che vanta l’impegno di grandi compositori, come Cherubini, Mozart, Brahms, Verdi, Berlioz, Saint-Saëns, col grande merito di non rinunciare alla propria personalità ed alle proprie idee teologiche e musicali.

Egli sembra sentire la “responsabilità religiosa” di esprimere in musica il vero sentimento cristiano della morte, come passaggio dalla vita terrena a quella eterna, senza quel qualcosa di terribile, la paura, che era contenuto in tutti i precedenti requiem, esclusa naturalmente la bellissima e meditativa messa gregoriana che ormai nessuno cantava più. E le sue caratteristiche musicali sono consone all'idea dell'autore: lunghe e serene melodie, ritmi in sottofondo, ampie strutture musicali che possono ricordare persino Bach.

 

Suddiviso in sette movimenti (Introitus-Kyrie, Offertorium, Sanctus, Pie Jesu, Agnus Dei, Libera me, In Paradisum) il Requiem rivela il sentire di Faurè attraverso l’uso di timbri delicati e sereni, con una orchestra che non arriva mai al fortissimo ed un coro che spesso canta in pianissimo per rispettare del dolore della morte ma che, in modo splendido e non comune, gioisce per una nuova anima che sale al Paradiso.

Dopo il bellissimo e meditativo Introito, il Kyrie più che una domanda di perdono per le colpe è una richiesta di aiuto da parte di un figlio al Dio Padre che poi, nelle semplici ma toccanti  melodie del baritono solista e del coro dell’Offertorium, chiede all’Onnipotente la liberazione delle anime dei defunti dalle pene infernali. Segue un Sanctus il cui carattere sacrale viene musicalmente espresso dal coro in modo sublime ma anche delicato con l’uso del forte che diviene grandioso nell’Osanna. Segue la melodia, molto ispirata, del Pie Jesu per soprano solista, un’aria diventata celebre  tanto da essere eseguita separatamente in molti concerti. L’Agnus Dei è un movimento che ci conferma  tutta  la dolce vena melodica dell’artista e ci introduce alla preghiera appassionata e struggente del Libera me Domine, affidata alla commossa voce del baritono che, anima del defunto, supplica, ma sempre con dolcezza, di essere preservata dalle fiamme eterne. Dolcissima è infine l’antifona In Paradisum cantata dalle voci più acute e angeliche dei soprani accompagnati dagli archi e dall’organo in pianissimo. Alla parola Jerusalem, a sottolineare il solenne ingresso dell’anima nei Cieli, si inserisce il resto del coro che, accompagnato dal celestiale suono dell’arpa, canta in pianissimo, quasi sussurrandole, le ultime parole aeternam habeas requiem.

 

La cultura musicale mediterranea di Faurè aumenta il fascino di quest'opera che, come dice la critica, sa trasmettere un senso di purezza e di mistero capace di trascendera la realtà del mondo e di esprimere l'ineffabile. In conclusione una messa in musica, meravigliosa e ispirata, che possiamo definire non funebre ma scritta per celebrare un sereno passaggio di un essere umano dal tempo terreno all’eternità.

 

Torna alla pagina principale